Bute Bone

COSA HO BEVUTO A SETTEMBRE 2026

  • Ert 1050 — Trentodoc Brut (Azienda Agricola Ert 1050)

  • Ridarola — Barbera IGT Emilia 2024

  • Ruvei — Barbera d’Alba DOC 2024 (Marchesi di Barolo)

  • Altion — Langhe DOC Riesling 2024 (Chionetti)

  • Colledilìa — Chianti Classico Gran Selezione Gaiole 2021 (Barone Ricasoli)

  • Millesimato Pas Dosé 2022 — Alta Langa DOCG (Contratto)

Spero che non vi capiti mai, ma a me spesso viene una morsa allo stomaco quando penso al clima. Dovreste, ahimè, averla anche voi (a meno che non siate dei poveri negazionisti, of course) quando pensate al futuro del pianeta.

Si chiama Eco-Ansia, e la cosa curiosa è che questo termine non è nato ieri su TikTok, ma lo ha inventato verso la fine degli anni ’90 una professoressa canadese, Véronique Lapaige. La sua idea era geniale nella sua semplicità: non si tratta di una malattia o di una paranoia inventata, ma di una reazione del tutto sana, lucida e umana di fronte a un problema reale. Per anni questa parola è rimasta chiusa nei libri universitari, poi la realtà si è fatta sentire e oggi ce l'abbiamo tutti un po' addosso. Capire da dove arriva e dargli un nome è già il primo passo per non farsi schiacciare e trasformare la preoccupazione in qualcosa di utile.

Sono anni che rompo i coglioni a tutti - inquilini, genitori, parenti, amici e fidanzati - con il riciclo, la fine della terra per come la conosciamo, il climate breakdown e tutti i termini con i quali ci bagniamo la bocca per fare bella figura a cena. Be’, non so se vi ricordate la compagnia della Groenlandia che vende ghiaccio ai sauditi così possono raffreddare i propri cocktail e le proprie piscine, ma io a volte ci penso e dico: boh, ma chi me lo fa fare allora?

La risposta, per quanto amara, è che non lo facciamo perché la nostra differenziata salverà da sola il mondo dal ghiaccio sciolto nei cocktail dei milionari. Lo facciamo per noi stessi, per poterci guardare allo specchio senza sentirci parte del circo. Fare la propria parte non elimina il problema, ma ci impedisce di arrenderci al nonsenso.

E ogni tanto, per non impazzire, va bene pure concedersi di essere ASSETATI come spesso capita di questi tempi bui. A parte che non posso non menzionare i recenti furti alle blasonate cantine Antinori e la mia amata Conterno-Fantino (forza ragazzi!), ma berci sopra sembra sempre più la soluzione a tutti i miei problemi. Un mio caro amico di Torino mi ha sgridato: "Ogni volta dici che bevi per non pensare, lo sai che è un problema, vero?". Suvvia, non siamo così bacchettoni. In questo mondo, l’unica cosa che ci può salvare è ormai la bellezza: i quadri, i romanzi, la musica e, immancabilmente, il VINO.

Così questo mese ho bevuto un po’ più del solito (well, well), complice anche un po’ di compleanni a cui ho dovuto partecipare.

Si parte con uno stellare Trentodoc (più lo scopro, più mi piace) chiamato Ert 1050. Il numero rappresenta i metri di altitudine sull’altopiano di Brentonico, dove questa bollicina viene prodotta sfidando la gravità. Un Metodo Classico freschissimo, che ricorda la mela croccante e quella salinità di montagna che mi fa pensare alla copertina di una compilation Mixage anni ‘80. Tornato a Milano, e di nuovo dalle Sorelle Poma, ho bevuto con una cara amica una Barbera emiliana — Ridarola, Barbera IGT Emilia 2024, dell’azienda agricola biodinamica Al di là del fiume (che nome delizioso) — completamente diversa da quelle a cui siamo abituati noi in Piemonte. In verità, mi ricordava il ciliegiolo (scusate, è stato così) , ma era 100% Barbera: simpatica, sincera, per niente diva da salotto sabaudo, ma invece compagna da circolo del burraco di Parma. Un vino dinamico, senza fronzoli, perfetto per quando hai solo voglia di bere bene e ridere forte senza troppe pippe mentali da sommelier.

E a proposito di Barbera piemontese, non poteva mancare un grande classico di casa: il Ruvei Barbera d’Alba 2024 di Marchesi di Barolo. Qui torniamo nei binari della tradizione con quella bella nota di mora, il legno di rovere sapientemente dosato, la vaniglia e quell'acidità morbida ma presente che spesso mi fa pensare che la Barbera sia l’underdog dei vitigni italiani: vincerà tutto lei, piano piano.

Rimanendo in zona piemontese ma spiazzando tutti, c'è stato anche lo spazio per l'Altion Langhe DOC Riesling 2024 di Chionetti. Chi l'ha detto che nelle Langhe si vive solo di rosso? Chionetti prende un vitigno nobile ed esigente come il Riesling e lo fotografa in terra nostrana. Un bianco con una tensione pazzesca: mineralità da vendere, agrumi affilati e quel potenziale che ti fa venire voglia di berne una bottiglia oggi e nasconderne un'altra in cantina per i prossimi cinque anni.

Per un’occasione speciale ho poi assaggiato il Colledilìa Chianti Classico Gran Selezione Gaiole – Ricasoli 2021: qui saliamo sul trono del Sangiovese in purezza. Un singolo vigneto a Gaiole che tira fuori un rosso monumentale, ma con un'eleganza da far impazzire. Viola, ciliegia matura, una trama di tannini setosi e una scia balsamica che non finisce più. Ma poi versatilissimo e intelligente: l’ho infatti abbinato a una trota, a un coniglio, ma anche a pomodori e zucchine. Quei vinoni che vanno bevuto almeno una volta all’anno per stare in pace con l’universo. 

Chiudo con un classicissimo Contratto Millesimato Pas Dosé 2022 che, boh non so manco io, è l’Alta Langa fatta come andrebbe fatta. Zero zuccheri aggiunti, Pinot Nero e Chardonnay che riposano sui lieviti per regalarti una bolla secca, croccante, con note di nocciola e crosta di pane. Essenziale, affilato e rigoroso. Un po’ l'antidoto perfetto a tutte le eco-ansie mondiali. 

Ho pensato parecchio a La strada di Cormac McCarthy recentemente. L’avevo letto tanti anni fa e mi ricordo che in mezzo a un mondo grigio, cenere e devastato, i protagonisti trovano per caso una lattina di Coca-Cola rimasta intatta e la bevono assaporandone ogni singola bolla. Ecco, senza voler fare troppi drammi apocalittici, io per sicurezza il mio "momento Coca-Cola" me lo prendo adesso, ma stappandomi del vino.

 Saluti, e bevete bute bone (ci vediamo a fine ottobre).

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