Bute Bone
COSA HO BEVUTO AD AGOSTO 2026 (SPECIALE SLOVENIA)
Kukanja — Malvazija · Carso sloveno · Malvasia
Sutor — Malvazija · Vipavska dolina · Malvasia
Cigoj — Malvazija · Vipavska dolina · Malvasia
Nando / Andrej Kristančič — Rebula · Goriška Brda · Ribolla Gialla
Marjan Simčič — Rebula Classic · Goriška Brda · Ribolla Gialla
Chiara Boschis — Barbera d’Alba · Piemonte · Barbera
Che mese bislacco, agosto che è, vero? Una volta era il mese della noia, del solleone al mare, di lucciole e stelle cadenti, di Dino Risi. Quest’anno è diventato il terzo mese d’inferno e, soprattutto, il mese che ci ha riempiti di storie memorabili: come quella del furto di Ferragosto dei quadri di Antonello da Messina e quella gustosissima di Ranucci e Lavitola, una specie di soap opera turca senza gli attori fighi, però.
Come al solito, per starci dentro, ho dovuto bere un casino. C'è qualcosa di profondamente sbagliato nella sobrietà, non possiamo essere giusti così, da sobri. Ci vuole un filtro per affrontare tutto questo malessere: Vannacci, climi caraibici, politici impreparati e guerre mondiali modulari in atto.
Dunque, ho bevuto soprattutto in Slovenia, terra verde e tranquilla, con gente silenziosa e un po’ scorbutica. Grazie: dopo il nulla umano che è Milano, avevo bisogno di gente vera. Per lo più ho bevuto Malvasia, che, come tutti sanno, gli sloveni producono bene.
In un bar un po’ dimesso della splendida Lubiana, con un barista che sembrava un vichingo, ne ho degustata una deliziosa di un produttore che si chiama Kukanja. Kukanja che, a noi italiani, ricorda inevitabilmente la famosa cuccagna, quella del paese della. E in effetti la Slovenia sembra vivere un momento d’oro, tra spinta economica — disclaimer: non ho alcuna base per giustificare questo mio enunciato — e mitigazione del clima, che gli permette di produrre, tra le altre cose, questa spontanea, non filtrata, senza zolfo cuccagna arancione.
Dalla bella vena salina, questo vino del Carso, con sentori mediterranei di rosmarino e pesca, sia al naso sia in bocca mi ha rinfrescato a dovere.
Sempre dal vichingo abbiamo bevuto una ribolla, o come la chiamano lì, “Rebula”, di Nando. Che poi a farla è il signor Andrej Kristančič, che sta dalle parti del Collio e produce questo vino splendido, che sa di fiori, erbette e agrumi, ma ha un corpo serio. All’ombra di un cortile interno, seduti su una panchina di ferro battuto, con Abracadabra della Steve Miller Band in sottofondo, un gatto rosso — come il padrone vichingo — è venuto a farci due fusa. Forse anche lui amante della Malvasia e dei vini locali.
La colazione del giorno dopo è stata quella famigerata dei campioni: la Malvazija di Cigoj, più luminosa e pura dei due vini della sera precedente. Albicocca, fiori bianchi e agrumi l’hanno ancora fatta da padroni, ma la vena minerale della Valle del Vipava la rende secca, ma morbida. Ancora non riesco a spiegarmi come quella bottiglia sia sparita così in fretta. Complice anche il delizioso villaggio di Radovljica, tra ciclisti della domenica con le pancette seduti a prendere il caffè e yogini della domenica con fuseaux e matcha latte. Incredibile come la fine del mondo sia arrivata anche qui.
Giunti al lago di Bled mi sono innamorato della Slovenia. Pensate a un luogo di villeggiatura un po’ primi del ’900, con ville liberty, tocchi di classe come lampioni elegantissimi, un castello ben illuminato e gente che pratica sport intorno al lago. Pochi bar, ancor meno ristoranti e, cosa più bella, ogni notte del mio pernottamento un temporale. Che goduria. Lì mi sono scoppiato la Malvasija Sutor di Vipavska Dolina, fresca e morbida ma nient’affatto sgonfia, e una Rebula di Marjan Simčič, seria e composta, sospesa tra mineralità decisa e frutta gialla.
Bled “è un po’ un posto da sciure”, come mi ha detto la mia amica C. al telefono quando le ho annunciato che sarei andato lì. In effetti aveva quell’aria da stazione termale dell’Impero austro-ungarico, un po’ da racconto di Musil o di Roth. Se ci pensiamo bene, stiamo vivendo anche noi la fine di un impero; i tempi forse non sono così diversi tra gli inizi del ‘900 e i primi 25 anni del XXI secolo (dovrei bere di meno, così eviterei di scrivere certe sciocchezze. Me ne scuso).
Come avrete notato, non ho bevuto vini rossi, un po’ perché l’unica alternativa al vino bianco macerato era la birra (la Lasko, freschissima) un po’ perché sui rossi sloveni non sono molto ferrato - ho intravisto un teroldego ma non ho fatto in tempo a berlo che una malvasija mi era finita in mano e la stavo bevendo senza accorgermene.
Chiudo agosto — come ogni anno, ah! — con il mio compleanno e, per rifarmi dei rossi non bevuti in Slovenia, mi sono fiondato a Torino, in quello che per anni è stato uno dei miei ristoranti preferiti al mondo e che ora ho, ahimè, scoperto essere diventato un passo prima di un franchising. Camerieri con l’auricolare e il microfono, sempre più tavoli, che ormai pare la sagra dell’Unità, e classici piemontesi coperti di burro che manco fettucciney alfredouw. Non farò il nome del ristorante, ma menzionerò invece la sempre FANTASTICA Barbera di Chiara Boschis, che mai delude le aspettative. Una Barbera complessa, profumata, con una bella acidità e una trama di frutta scura, spezie e note balsamiche.
Ora è settembre e ci sono ancora 37 gradi, non so per quanto potremo continuare a produrre vino decente, e quanto ancora potremmo berne, prima che il caldo e gli incendi si mangino tutto. Nel frattempo mi bevo BELO VINO per non pensarci (vedi sotto). Ciao