Speciale Milano Wine Week 19 Ottobre 2026
Si potrebbe pensare che il vino sia un bene di lusso, un oggetto che in pochi capiscono e ancora meno sanno comunicare (e questo, ahimè, a volte credo sia vero), addirittura un esercizio di stile. Poi però ci si ricorda che il vino è fatto dalle persone, e che è la gente a renderlo ciò che è: non più soltanto qualcosa da bere, ma una storia da raccontare, una vita 75ml di spazio. Passioni, visioni, aneddoti, famiglie, investimenti e generazioni: tutto finisce in quella bottiglia di vetro e, a ogni sorso noi bevitori, ci immergiamo un po' in questo lessico familiare.
Alla Milano Wine Week non ho solo bevuto grandi vini, ma ho incontrato persone straordinarie: produttori con storie uniche, passioni che spingono a recuperare uve dimenticate, a spaccarsi la schiena sotto il sole, a coltivare in climi estremi, a fare il meglio anno dopo anno. Tutti accomunati da quella idiosincratica attitudine molto italiana che ci rende un meraviglioso, pazzo ammasso di regioni, culture e viticolture. Se esiste qualcosa che secondo me incorpora l’essenza italiana al 100%, è proprio questa diversità di voci e punti di vista che raccontano una nazione sfaccettata. Una pluralità che si specchia nei suoi vitigni: complessi, diversi, autoctoni e sempre sorprendenti.
Niente elenchi infiniti: vi lascio solo una dozzina di etichette che mi hanno stregato. Un po' per la qualità nel calice, un po' per la storia, un po' per il modo in cui vengono raccontate da questi bravi produttori.
La Slovenia, lo sapete, è una delle mie terre da vino preferite: produce eleganza e rigore senza rinunciare alla beva agile. Ho notato che il trend quest’anno era orientato su macerazioni brevi e meno aggressività in bocca, a favore di maggiore rotondità e piacevolezza.
Sylvmann in Cuej è il nuovo capitolo di Silvio Jermann, che nel Collio sloveno ha trovato il luogo ideale per giocare con l'essenza del vino. La scelta delle anfore di ceramica Tava non è una velleità da millennial con la barba imbarazzantemente lunga, ma la ricerca della massima trasparenza espressiva: niente legno a coprire i profumi, solo micro-ossigenazione e la voce pura del terroir e delle uve autoctone come Ribolla e Friulano. Vini profondi e magnetici, che dimostrano come la grande enologia sappia rinnovarsi tornando proprio alle origini. Ho assaggiato una magnum di Visvik-Visvik 2023, dal bouquet di fiori bianchi: fresco e gioviale, ma per niente banale.
Edi Simčič arriva dal cuore della Goriška Brda, dove trasforma il frutto di vigne storiche in pozioni magici da romanzo fantastico. Il legno della botte accarezza, struttura e protegge: regala ai bianchi e ai rossi un'architettura solida su cui si poggiano mineralità, sapidità e profumi avvolgenti. Che si tratti dell'eleganza di un cru o della franchezza del Kolos, ogni bottiglia è un racconto di equilibrio, pazienza e profonda dedizione alla propria terra. L’etichetta con il cagnolino equilibrista e giocoliere mi ha decisamente conquistato - cercatele sul loro sito perché sono curiose e divertenti.
Se l’eleganza avesse un nome, sarebbe senz’altro Gottardi: parlare di questa maison significa infatti parlare di Pinot Noir rigorosi, fini e puliti. Ho assaggiato la loro Riserva 2019, che al naso si schiude lentamente con piccoli frutti rossi e sfumature speziate, prima di aprirsi al palato in un sorso rotondo, profondo ed equilibrato. Tra i punti di riferimento per questo vitigno in Italia, la famiglia Gottardi se ne prende cura da tre generazioni nei suoi 9 ettari di vigneto a Mazzon, nel Sud Tirolo, interpretandolo con stile.
Indosso il cappotto ancora una volta, questa volta tra climi rigidi e inverni imbiancati dalla neve, con ERSTE +NEUE che in Alto Adige produce vini tra i picchi - la versione vinicola di un romanzo di Cognetti. Il Puntay Sauvignon Bio è l'esempio di come la viticoltura di montagna altoatesina sappia domare la vivacità del Sauvignon per imbottigliarne uno davvero fresco. Grazie alla fermentazione parzialmente spontanea e al lungo riposo di 9 mesi in grandi botti di rovere, questo bianco biologico mostra un naso pulitissimo di fiori di sambuco e piccoli frutti, lontano dai soliti cliché.
Un vino che si chiama Luigi non poteva che attirare la mia attenzione. Quando poi scopro che è un Teroldego, allora ancora meglio! Complimenti alle cinque generazioni Dorigati che dal 1858 si sono susseguite per portare avanti la tradizione e produrre vini che lasciano il segno, come questo Teroldego Rotaliano Cru Sottodossi. Un rosso “rosso” dalla personalità magnetica che mostra il lato più profondo e complesso di questo vitigno principe del Trentino. Il colore è di un screziatura magnetica: racconta infatti la leggenda che se lo si fissa abbastanza a lungo ci appare il senso della vita di fronte ai nostri occhi. Io non ci sono ancora riuscito a trovarlo sto senso della vita, ma prometto che continuerò a cercarlo nelle bottiglie di Teroldego. Al naso esplodono frutti neri di bosco, cenni speziati, tostati e una piacevolissima vena balsamica. Un grande vino.
La Sardegna mi regala sempre emozioni, soprattutto con i vini di Saraja. Nel dialetto locale saraja significa solco, ed è proprio un segno profondo quello che questa giovane cantina vuole lasciare nel panorama enologico italiano, grazie anche a un Vermentino dinamico e fresco. Custodite nell'entroterra gallurese tra Telti, Calangianus e Monti, le vigne di Saraja affondano le radici in suoli di sfaldamento granitico, protette da boschi di querce da sughero e accarezzate dalle brezze marine. Qui, nell'unica patria d'elezione della DOCG Vermentino di Gallura, l'azienda lavora secondo un'etica di intervento minimo. Mentre sorseggio il vermentino penso proprio ai solchi di un vinile: se questo vino fosse un disco sarebbe un 12” di Prince, una b-side funky e tutta ritmata che mi mette di buon umore al primo ascolto.
Restando in Sardegna, non posso non citare il Nuragus di Cagliari DOC di Audarya: un assaggio che mi ha stregato per la sua incredibile fragranza e per i richiami nitidi alle erbe della macchia mediterranea. Ci troviamo a Serdiana, a venti chilometri da Cagliari, dove questa realtà a conduzione familiare lavora baciata dal sole e dalle brezze marine, dando vita a un bianco sapido e beverino. La forza di questo vino sta nella sua dinamicità.
Un Trebbiano dal nome Dramma non poteva che attirare l’attenzione di una drama queen come me: e infatti sono davvero felice di averlo assaggiato. Fuoridimè è il nom de plume del fotografo, artista e creativo Mario Di Paolo, che a Capestrano, nel cuore dell’Abruzzo, produce tre etichette: Agnostico, Indulgenza e, appunto, Dramma. Nati accanto alle sorgenti del Tirino (a quanto pare il fiume più puro d’Europa), questi vini prendono vita nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, dove la natura crea un microclima unico per la viticoltura di montagna. Mario firma anche un Montepulciano d’Abruzzo e un Cerasuolo: un produttore/artista da tenere d’occhio.
Restando in Abruzzo, una delle scoperte più curiose è stata INALTO Vini d’Altura di Adolfo De Cecco, che produce vini estremi ed eleganti nell’aquilano. Ho assaggiato il Trebbiano d’Abruzzo Superiore DOC 2025 ed è stata una gioia: al naso regala un bouquet complesso di macchia mediterranea, agrumi canditi e quell'inconfondibile impronta minerale di montagna. In bocca è dritto, energico, con una spinta sapida e una freschezza tesa che invogliano subito al sorso successivo. E chi sono io per dire di no?
La Fleur di Tenuta Isimbarda è un Riesling Renano nato nell’Oltrepò Pavese che, come dice il nome, è un vero bouquet di fiori. Perfetto in abbinamento con curry thailandesi o cene indiane, è un vino versatile, divertente e bilanciato nella sua aromaticità. L’azienda si trova a 350 metri sul livello del mare, con vigneti che si estendono per 40 ettari sulle colline tra i comuni di Santa Giuletta e Mornico Losana e affonda le sue radici alla fine del Seicento, prendendo il nome dai marchesi Isimbardi. Rilevata nel 2019 da tre soci ed esperti del settore, l'azienda unisce oggi questa gloriosa eredità a uno spirito giovane e dinamico, focalizzato sulla produzione di vini biologici di qualità.
Da incallito melomane quale sono non posso non menzionare Monte delle vigne e il loro Callas una Malvasia di Candia Aromatica che credo rappresenti al meglio il terroir delle dolci colline che scendono sul fiume Taro, nella provincia di Parma. Terreni da cartolina e vini da ricordare. Questa malvasia ha sentori di biancospino e agrumi, e come la cantante di cui porta il nome, rimane impressa a ogni sorso…
“Vissi d'arte, vissi d'amore
Non feci mai male ad anima viva
Con man furtiva
Quante miserie conobbi aiutai…”
Un Chianti non si può non menzionare: Maggiolo Chianti Classico 2024 di Lamole di Lamole. Classico, appunto, con il suo bouquet floreale di ciclamino e viola e quel sentore di gelso, mora e mirtillo: una coccola al tempo stesso fresca e avvolgente. Si, lo so: può sembrare un ossimoro, ma è proprio quello che ho percepito bevendolo.
Certo che dodici vini sono troppo pochi! Come faccio a non menzionare il Sassella di Casa Vinicola Triacca con i suoi sentori di frutti rossi e le viole? Oppure lo Spumante Vulcano 800 dalla Basilicata di Terra dei re - una scoperta inusuale e interessante che mi ha colpito. E come dimenticare l’ottimo Valpolicella Superiore 2019 di Dal Forno Romano - così complesso e strutturato?! Quante storie ci sarebbero da raccontare - un po’ per volta ve le racconterò, promesso.
Tirando le somme, la sensazione è che il vino italiano goda in realtà di ottima salute. E questo, tra furti clamorosi in cantine blasonate, una Gen Z apparentemente astemia e le tasche sempre più strette dei consumatori, è un segnale potentissimo. Due saloni enormi, strabordanti di differenze, di scelte e di alternative: la vera ricchezza del nostro vino (il suo vero spirito, concedetemi il gioco di parole) risiede proprio in questa varietà inesauribile. E come per le persone, l'incontro con ciò che è diverso da noi, l'Altro con la A maiuscola, è ciò che ci fa crescere e ci rende migliori. Grazie alla Milano Wine Week per questo bellissimo viaggio.