L’ombra di Roma
Gli occhi del Mosè di Michelangelo su di me. Una presenza insieme sensuale e sacra — chissà se le due cose siano mai state davvero separate — tanto che mi sorprende pensare quanto sia stato difficile distinguere la devozione dal desiderio nei secoli. La basilica che lo ospita sorge sul colle Oppio e una parte della navata è in restauro, nascosta dietro impalcature e teli. Dietro, una sezione della chiesa espone memento mori: scheletri, figure alate, falci. Eros e thanatos nella stessa stanza, letteralmente.
Sono arrivato a Roma da poche ore per un weekend di vini laziali, cibo incredibile, arte e per parlare con una città che nel 2001 non mi aveva detto niente, che mi aveva mandato via con Discovery dei Daft Punk nello zaino e della pizza terribile mangiata per strada. Come ho potuto comprare una versione tarocca del CD di una band parigina a Roma lo sa solo il me stesso adolescente.
Un bicchiere di vino bianco per favore, chiedo in un baretto tra il colle e il Colosseo, come se dovessi carburare prima di vedere una delle sette meraviglie del mondo. Ad Agra, città impalpabile e lattiginosa, ero rimasto a bocca aperta di fronte al Taj Mahal perché non credevo che una meraviglia del mondo potesse effettivamente essere tale. La nebbia delle sei del mattino, l’odore del gelsomino che aleggia tra gli spazi vuotissimi di quel mausoleo moghul - ancora ci penso - mi avevano ammutolito tra colorati sari e morbidi uomini indiani dai baffi grigi. Qui invece odore di liquirizia nelle aiuole vicino al Colosseo tra preti che camminano, turisti che non capiscono e venditori ambulanti.
Sorseggio un bianco dei Castelli Romani che ha qualcosa di profondamente estivo: un vino semplice solo in apparenza, figlio di terreni vulcanici che regalano sapidità e una freschezza quasi salmastra. Bevuto di primo mattino, per colazione, con Roma che si sveglia all'orizzonte, sembra contenere un po' della leggerezza e della malinconia di queste colline antiche.
Di fronte al palazzo di giustizia, faccio poi colazione con il pastrami al Bar del Cappuccino: croccante, con la maionese che lega tutto, da urlo, servito con l’eccellente tè freddo della casa. Corro a vedere la mostra di Schifano. È ovviamente pazza, ipertrofica e stupenda come il grande pittore italiano: amo ogni quadro, ogni installazione, e impazzisco per la serie dei Paesaggi TV. Schifano non stava dipingendo la televisione, ma forse il concetto di memoria stesso. La memoria, infatti, funziona così: conserva immagini scollegate e poi, anni dopo, ci costruisce una storia, a volte anche inventata. Forse è per questo che Roma mi appare così familiare e così estranea, come una raccolta di scene montate a caso.
Il pranzo a Trastevere, in un’osteria quasi dipinta, nel suo essere allo stesso tempo turistico e originale: come il primo ristorante di un ipotetico franchise di trattorie romane. Incredibile come Instagram abbia reso tutto un déjà-vu, anche in posti in cui non abbiamo mai messo piede.
Sono l’unico italiano, ma solo perché è solo l’una del pomeriggio, i romani pranzano dopo, prima sfamano i turisti. Una signora afroamericana cerca di decifrare l’abbacchio sul menù, una coppia tedesca ride con la maître come se si conoscessero da anni. Tutti sembrano occupare il ruolo che è stato assegnato loro, per fare bella figura nei reel.
Per anni ho evitato di mangiare carne, ma ho smesso quando sono tornato a vivere in Italia, con mia madre che mi ha cucinato uno spezzatino dicendo: «Be', ci sono i carciofi e le patate, puoi mangiare quelli». Da lì, tutto in discesa: un'amatriciana da manuale, sapida, pomodorosa, con paccheri arroganti. La coda alla vaccinara, ma solo un pezzino per assaggiare. Mi bevo una mezza caraffa di vino bianco leggermente mosso, da sempre la mia passione quando giro l’Italia. Freddo, mosso e simpatico: mi accompagna durante questo pranzo allargandomi la faccia a dismisura, il vino Ferrarelle.
«Ci mettete il quadretto cioccolata nella coda?», chiedo (dalle mie parti il cioccolato si mette nel civet di lepre) un po’ da provinciale piemontese quale sono.
Mi guardano più strano che se fossi una statua di sale.
«No, noi non la mettiamo», risponde il cameriere servendomi i fagioli del purgatorio: freddi, acetosi, perfetti per i bevitori.
Il pomeriggio continua tra la Bocca della Verità, il cranio di San Valentino e una bottiglia di Grechetto da Al Vino Al Vino, in via dei Serpenti. Il Grechetto è minerale, fresco e beverino, mi tiene compagnia mentre fisso il Colosseo all’imbrunire. Un’altra meraviglia del mondo che mi affascina - ok, avete vinto voi. Bevendolo, nella piacevole atmosfera di una sera d’estate in quel bel baretto pieno di gente del posto, mi accorgo che sto iniziando a guardare Roma nel modo giusto: senza trovarci un senso. Ogni cosa sembra voler rimandare a un'altra cosa. Una testa a una mano. Un teschio a un cuore. Una chiesa a una rovina. Un vino a un ricordo. Dormo
La gente a Roma si bacia per strada. A lungo e con amore. Tutto questo amore mi stupisce - non sono abituato. Davanti alla Fontana dell’Acqua Paola sul Gianicolo una coppia di cinquantenni limona: lui pieno di braccialetti, lei ha i capelli al vento. Get a room direi, ma in verità sono solo geloso.
Una ragnatela dorata dipinta sopra il portone del Palazzo del Ragno. Dai quattro angoli di Piazza Mincio, musi di animali di marmo sembrano seguire i miei movimenti. Al centro, una fontana popolata da rane e figure umanoidi lascia scorrere l'acqua. Sopra il portale d'ingresso del quartiere Coppedé una testa gigantesca osserva la piazza con la pazienza di chi sa che non bisogna fidarsi delle apparenze, fronti nulla fides.
All'una e mezza di un giorno di metà giugno, il Coppedé è vuoto. Ci sono solo io, come se tutti gli esseri umani fossero spariti dalla faccia della terra. Un sole da fine del mondo non fa neanche un'ombra sul porfido. Cammino nel silenzio più totale. Sento soltanto l'acqua della fontana. Per un momento ho l'impressione di essere arrivato troppo tardi o troppo presto, come se il quartiere appartenesse a un tempo diverso dal mio - come se fossi sfasato con quel posto. Mi siedo dentro
Svoltato l'angolo trovo un bar con sedie di plastica arancioni scolorite dal sole. Sono l'unico cliente, o quasi. In fondo alla sala c'è un uomo seduto di spalle. Per un attimo non riesco a capire dove abbia la testa. La luce gli mangia il collo, le spalle, il profilo. Mi viene in mente uno dei blemmi delle cronache medievali, quelle creature con il volto sul petto che abitavano i margini del mondo conosciuto. Quando chiedo qualcosa da bere, il barista mi propone il tè freddo della casa. Lo serve in un bicchiere spesso, senza ghiaccio. Sa di limone, di zucchero e di pesche lasciate macerare per ore. Lo bevo lentamente - in quel silenzio pieno di rumori bianchi di frighi, ventole, lavabicchieri. Limone, zucchero, pesche lasciate macerare per ore. Mi ricorda qualcosa che non riesco subito a mettere a fuoco.
«Buono?» chiede il barista.
Annuisco.
«Come quello che faceva tua nonna.»
Lo guardo. Per un attimo penso di aver capito male.
«Prego?»
Un vecchio telefono a muro grigio e arancione si mette a squillare e il barista risponde a monosillabi a una voce che sento pitchata ma di cui non capisco il messaggio che però va per le lunghe.
Esco da lì, finito il mio tè, un po’ confuso, e mi incammino verso Villa Borghese dove le cicale cantano senza sosta e dove mi accorgo, appena arrivato, che la città sembra arretrare. Come il mare quando lascia scoperti gli scogli - in effetti nell’aria tra l’odore della liquirizia e quello del rosmarino, arriva il profumo del mare, o forse lo credo e basta. I pini, i lecci e le statue occupano lentamente il posto delle automobili e delle facciate dei palazzi e la terra prende il posto dell’asfalto. Mi siedo su una panchina stravolta dal caldo, spellata dal sole, e osservo un anziano dal mento un po’ appuntito, gli zigomi alti, il naso a patata, ha un modo strano di camminare, quasi animalesco, almeno mi pare, sembra quasi un fauno di marmo. In uno dei chioschetti mi prendo una Ceres che vorrei godermi se non fosse per il musicista di strada di turno: un supplizio che affligge gli esseri umani in ogni angolo del mondo.
Un quartetto d'archi prova la musica per un matrimonio: Bach, Beethoven, classica classica, insomma. L'odore delle peonie si mescola a quello dell'incenso e della cera nella Chiesa di Santa Maria della Pace, dove trovo rifugio dal caldo asfissiante di questo giugno da fine del mondo. Mi siedo ad ascoltare l'Aria sulla quarta corda e mi torna in mente Gogol, che respirando gli odori di Roma scriveva di voler diventare «un gigantesco naso, con narici grosse come secchi per farci entrare almeno settecento angeli». Che problema aveva coi nasi, Gogol? Roma sembra avere questo effetto sugli stranieri. Li costringe a percepire il mondo attraverso l'olfatto prima ancora che attraverso gli occhi.
Ho bevuto, poco prima, un Pigato macerato di Durin, che non è laziale ma è incredibile. Mi è rimasto addosso: erbe aromatiche, macchia ligure del savonese che conosco bene. Lo sento ancora dietro gli occhi, come se avesse trovato un modo per rinfrescare il cervello. A un certo punto smetto di seguire la musica. Continuo a fissare le Sibille di Raffaello a cui non interessa niente di questo mondo. Quando riapro gli occhi una guardia mi sta scuotendo il braccio. Il matrimonio sarebbe iniziato di lì a poco, me ne devo andare. Uscito dal Chiostro del Bramante mi ritrovo a vagare senza una direzione precisa. Ho la bocca impastata. Attraverso vicoli pieni di cassonetti, un rigattiere espone oggetti di cui nessuno sembra avere più bisogno, alcuni cani randagi mi osservano senza avvicinarsi. Roma appare improvvisamente disabitata, dissipata, come se qualcosa fosse appena accaduto e io non ne fossi stato informato. Entro in una galleria d’arte contemporanea, dove, nei dipinti del pittore Francesco Cima, il sole è una ferita aperta. Una massa rossa sospesa sopra paesaggi vuoti. Foglie, tronchi, arbusti. Nessuna presenza umana. Mi ritrovo a pensare che forse la natura sta semplicemente aspettando che ce ne andiamo finalmente via da questo mondo che abbiamo distrutto.
Il Lavigna 2022 di Cantina Terracanta è un bianco naturale ottenuto da una manciata di uvaggi: Trebbiano, Procanico, Malvasia e un tocco di Montepulciano per il colore. Un vino che non seduce per sottrazione, ma per accumulo. Lo bevo alla Taverna Romana con delle tagliatelle alle alici e burro, una crema densa e perfetta in un ristorante rodato dove, ancora una volta, sono l’unico italiano. Da quindici anni bevo con entusiasmo vini naturali, eppure, mentre lo bevo, mi accorgo che durante tutta la vacanza ho cercato un gusto più semplice, ma ahimè, senza trovarlo. Non so se sia il vino a essere cambiato, o magari il modo in cui lo riconosco, il modo in cui mi ci approccio. Ci vorrebbe una Bocca della Verità che risponda. Ma ogni volta che la guardo ho la sensazione che la domanda sia già sbagliata.
La notte è torrida e mi rifugio per un saluto al Tevere a Castel Sant’Angelo dove anche io vorrei disegnare una barca sul muro per salpare in un’altra dimensione - entronauta della domenica.
Il giorno dopo un gruppo di suore si gode un gelato al sole già di prima mattina. La cosa mi resta addosso mentre mastico una pizza rossa di Bonci a Prati. Non so dove sia scritto che la colazione debba avere una forma precisa - qui sembra tutto possibile. La pizza è buona, troppo buona, tanto che ne mangerei altre sedici, ma devo andare a San Pietro, dove salendo le scale mobili, un Labubu appeso allo zaino di un turista asiatico mi fissa sobbalzando. Piccolo, feroce, da darci fuoco. Da San Pietro mando una cartolina ai miei genitori, e al mio bar preferito a Milano - non dimenticatevi di me, tutti e due.
THE SHADE OF ROME
The eyes of Michelangelo’s Moses meet mine. The figure holds a presence that is both sensual and sacred — and it is not clear they were ever truly separable — to the point that I find myself wondering how, over centuries, devotion and desire became so difficult to distinguish. The basilica that houses it sits on the Oppian Hill. Part of the nave is under restoration, hidden behind scaffolding and tarpaulin. Behind this, a side chamber displays memento mori: skeletons, winged figures, scythes. Eros and thanatos in the same room, quite literally.
I arrived in Rome a few hours earlier for a weekend of Lazio wines, food, and art, and to revisit a city that in 2001 had left no impression on me — only a sense of dismissal, Daft Punk’s Discovery in my backpack, and terrible street pizza. How I ended up buying a counterfeit copy of a Parisian band’s CD in Rome is a question only my teenage self could answer.
“Un bicchiere di bianco, please,” I ask in a small bar between Colle Oppio and the Colosseum, as if I need fuel before one of the world’s great monuments. In Agra, years earlier, I had stood before the Taj Mahal expecting disappointment and instead found silence. Rome offers a different register: the smell of liquorice in the flowerbeds near the Colosseum, priests crossing paths with tourists, vendors speaking into empty air.
I drink a white from the Castelli Romani. It is marketed as simple, but is not. Volcanic soils give it a saline edge, a faint brine. Taken early in the morning, it reads less as refreshment than calibration — lightness with a trace of melancholy.
Later, near the courthouse, I have breakfast at Bar del Cappuccino: pastrami, crisp edges, mayonnaise binding everything together, and an unexpectedly excellent iced tea. I head to the Schifano exhibition. It is excessive, hypertrophic, brilliant. The TV Landscapes series stands out: not paintings of television, but of memory itself. Memory does not preserve; it edits. It assembles fragments into narratives that may or may not have happened. Rome, in this sense, already behaves like memory — familiar and estranged at once.
Lunch is in Trastevere, in a restaurant that feels both staged and authentic, like the prototype of a franchise. Instagram has flattened the distinction between experience and anticipation: everything feels already seen.
I am the only Italian. A woman from the U.S. struggles with “abbacchio.” A German couple exchanges jokes with the maître as if rehearsing familiarity. Everyone appears to be performing their assigned role.
I had avoided meat for years. That changed when I returned to Italy and my mother served a stew, noting that “you can eat the potatoes and artichokes.” From there, the return was incremental: amatriciana, rich and unapologetic; a brief encounter with coda alla vaccinara; half a carafe of lightly sparkling white wine that follows me through lunch like a companion.
“Do you put chocolate in the oxtail?” I ask — a regional habit from where I come from. The waiter looks at me as if I have misread reality.
“No,” he says. “We don’t.”
The afternoon passes through the Mouth of Truth, the skull of Saint Valentine, and a bottle of Grechetto at Al Vino Al Vino on Via dei Serpenti. Mineral, easy, it accompanies the Colosseum at dusk. At this point, Rome stops demanding interpretation. Everything refers outward: a hand to a head, a skull to a heart, a church to a ruin, a wine to a memory.
Night falls hot. I sit briefly by the Tiber near Castel Sant’Angelo. A drawing of a boat on the wall feels like an exit strategy.
The next morning, nuns eat gelato in early sunlight. I have pizza rossa at Bonci in Prati. It is too good — which is to say, it resists restraint. At St. Peter’s, ascending the escalator, I notice a Labubu dangling from a tourist’s backpack. It jolts slightly with movement, absurd and unsettling.
From there I send a postcard to my parents, and one to my bar in Milan: do not forget me.