Ca’ Mariuccia e il lusso del tempo
Sono nell'infinity pool di Villa Giordana, nel cuore dell'Albugnano, e dallo speaker del telefono arriva, distante, la musica ipnotica di James Holden. Faccio la stella in acqua mentre guardo il cielo velato del basso Monferrato - che poi sarebbe quello alto, di Monferrato. L'elettronica di Holden, negli anni diventata sempre meno da club e sempre più mistica, sembra fatta apposta per questo pomeriggio immobile.
Una sottile pellicola di foschia vela il cielo di un giugno che continua a battere i record di caldo. Milano era invivibile la mattina che l'ho lasciata: asfalto liquido, tram incandescenti, aria che sembrava uscire da un forno acceso. Qui, invece, i boschi e il verde delle colline riescono ancora a difendersi. Fa comunque trentaquattro gradi, ma il caldo non ha la stessa aggressività. Mi lascio galleggiare mentre i synth di Holden arrivano ovattati attraverso l'acqua della piscina.
A interrompere il concerto compare uno scoiattolo dal pelo ambrato. Saltella fino al bordo della piscina e si ferma a fissare questo strano mammifero sovrappeso immerso nell'acqua. Per qualche secondo ci osserviamo a vicenda, entrambi apparentemente perplessi.
Evelien e il marito Richard, i proprietari della quasi centenaria Villa Giordana, sono una coppia olandese dai modi gentili. Hanno lasciato Rotterdam per trasferirsi tra queste colline e riportare lentamente in vita una villa del 1935, trasformandola in un piccolo B&B di appena cinque camere. Da piemontese che ha trascorso quindici anni all'estero, provo sempre una certa gratitudine quando qualcuno sceglie di investire in questi luoghi invece di limitarsi a considerarli uno sfondo da cartolina, soprattutto quando hanno così buon gusto.
Per decenni abbiamo immaginato il futuro come qualcosa di irrimediabilmente urbano. Oggi, invece, sempre più persone sembrano cercarlo altrove. Le campagne italiane stanno diventando un bene prezioso non tanto per il vino o per il tartufo, quanto per qualcosa di molto più elementare: l'ombra, il silenzio, qualche grado in meno. In un'epoca di estati sempre più torride, il lusso non è una piscina a sfioro ma un bosco verde. Non è un caso che i giornali raccontino con crescente entusiasmo (quasi macchiettistico, ok) le storie di professionisti che lasciano Milano per trasferirsi tra le colline del Monferrato. È un fenomeno sospeso tra desiderio autentico di cambiare vita e costruzione di un nuovo immaginario (anche se un po’ lo feticizzano): tra fuga dalla città e consumo della campagna, tra nomadismo digitale e trasformazione di luoghi rurali in rifugi per chi può permettersi di lavorare ovunque.
Nella tavernetta dei vini di Ca’ Mariuccia, una volta ottocentesca, fresca e quasi monastica nella sua pulizia, incontro Andrea, che insieme alla moglie Angela ha dato vita alla cascina agricola, come la chiamano loro. Beviamo un metodo classico, LUNA, croccante e diretto, mentre mi racconta che da circa dieci anni cercano di far funzionare questo luogo che definiscono “etico”. La parola, ormai, ha perso quasi ogni innocenza: la si trova ovunque, dai detersivi ai fondi d’investimento, e la ascolto sempre con una certa cautela. Eppure qui, più che uno slogan, sembra indicare un modo di stare dentro le cose.
Vigneti, noccioleti, animali, un casale piemontese riportato in vita con materiali e tecniche della bioedilizia: l’impressione è quella di un sistema che prova a chiudere il cerchio, senza proclami. A seguire un bianco da Moscato e Malvasia, LA MATI, che ha una tensione floreale e agrumata, quasi nervosa, che per un momento mi porta altrove - verso vini più lontani, quasi oceanici - prima di riportarmi subito qui, tra queste colline.
Quello che colpisce del progetto di Ca’ Mariuccia non è un’idea nostalgica di campagna, né il classico “si stava meglio prima”, ma il tentativo, più ambizioso, di immaginare un’agricoltura che continui a produrre senza consumare ciò che la rende possibile. Una forma di equilibrio che non si dichiara mai, ma si misura nel tempo lungo delle cose. Chiudiamo con IL TATO un Albugnano Superiore 2008, Nebbiolo ormai maturo ma ancora sorprendentemente teso, con note di tabacco e cuoio che non hanno perso la loro definizione.
Ci spostiamo nel ristorante, dove arrivano piatti dai sapori precisi: una polpetta di galletto leggermente piccante, il pinzimonio con le verdure dell’orto, i fiori di zucchina e uova di quaglia in camicia. Una cucina che non ostenta, ma insiste su una forma di prossimità: quello che cresce qui, finisce qui. La ristrutturazione della cascina, mi raccontano, è stata fatta con materiali naturali, paglia, terra, recupero dell’acqua piovana. Un tentativo di ridurre al minimo la distanza tra risorsa e uso. Accanto alla cucina, un piccolo mercato, la tavernetta dei vini e molte attività didattiche completano il progetto. Tra una portata e l’altra preparata dallo chef, mi chiedo se quello di Ca’ Mariuccia sia davvero un modello replicabile o piuttosto una piccola isola virtuosa nel verde del Monferrato. L’idea, spiega Andrea, è anche quella di trasmettere un modo diverso di stare nella terra, di insegnare - soprattutto alle generazioni più giovani - un rapporto meno predatorio con ciò che chiamiamo Natura. Una filosofia di vita dunque, che loro sono disposti a insegnare a chi voglia prendersi la briga di ascoltare come poter vivere in questo pianeta non da colonizzatore, ma da inquilino.
Poi, senza preavviso, un risotto alle rane cambia il ritmo della cena. È il piatto più semplice e insieme il più preciso. Per me ha qualcosa di familiare: da bambino mio nonno ci portava una volta l’anno a mangiarle, perché le amava e non le trovava quasi mai altrove. Non so se sia solo memoria o gusto, ma per un istante il tempo si piega a quando le estati erano fresche, quando indossavamo la felpa alla sera e mangiavamo rane con nostro nonno. Torno all’improvviso in questo mondo che brucia del 2026 anche grazie a un bicchiere di Freisa che Andrea e Angela servono con la carne, fermo, tannico, molto piemontese nel suo essere austero e astringente.
Quando vivevo in Gran Bretagna mi colpiva sempre la stessa cosa: a gennaio si trovavano ciliegie, a dicembre lime, a luglio arance. Non era tanto una sorpresa quanto una normalità diversa, il risultato di un Paese abituato da secoli a commerciare su scala globale. Non ho mai pensato che fosse un sistema “sbagliato”, semplicemente un altro modo di organizzare la disponibilità del cibo. In Italia, invece, la stagionalità è rimasta più radicata, quasi un’infrastruttura invisibile della dieta quotidiana. È anche questo uno dei punti di forza della nostra cucina, che oggi viene spesso riscoperto e, in parte, reinterpretato. A Ca’ Mariuccia diventa un principio operativo: quello che si mangia dipende da ciò che il territorio offre in quel momento. Una forma di coerenza che qui, più che uno slogan, sembra una pratica quotidiana.
Il pontile della chiesa di Santa Maria di Vezzolano è strano. Me ne rendo conto mentre lo guardo, consapevole che probabilmente uno storico dell’arte avrebbe molte cose da correggere nel mio modo di descriverlo. Ma non avevo mai visto nulla del genere: una struttura che separa la navata centrale dall’ingresso, come un confine interno alla chiesa, più che un semplice elemento architettonico. La fascia inferiore è popolata da piccole figure dipinte, gli antenati di Cristo disposti in sequenza quasi domestica. Sopra, invece, l’Assunzione di Maria si apre in una scena più verticale, più luminosa. È una stratificazione che non capisco del tutto, ma che mi trattiene dentro lo spazio.
Fuori, il paesaggio cambia registro. Palme, cipressi antichi, pietre incastonate con conchiglie: segni di un mare che qui non c’è più, o che forse c’è stato così tanto tempo fa da diventare geologia. A volte mi chiedo se questo ci faccia davvero “marinai in pensione”, come se la memoria del territorio sopravvivesse nei dettagli più strani.
Il sole è pesante, quasi fisico. Penso a Milano, ai miei amici e colleghi in città, e per un momento li immagino dentro un quadro di Bosch: figure ibride, sospese tra animale e umano, intrappolate in un paesaggio di cemento attraversato da bocche giganti che soffiano aria calda. Un inferno senza alberi, dove il vento non rinfresca ma brucia.
Come un orologio che non si limita a segnare le ore ma sembra dilatare il tempo stesso, la geografia e la cultura d’Italia ricordano continuamente la stratificazione da cui sono fatte: il mare che è stato, le colline che sono, le chiese romaniche e le tecniche contemporanee del restauro.
È dentro questa idea di tempo che si muove il laboratorio Nicola Restauri, più che un atelier un grande spazio di lavoro dove il passato non viene semplicemente conservato, ma riportato alla vita. Mi aggiro tra tele del Rinascimento, arredi provenienti da Stupinigi, pennelli immersi in soluzioni chimiche, pigmenti stesi sulle pareti come una mappa instabile della materia. Qui nulla sembra definitivo: tutto è in uno stato di sospensione, come se ogni oggetto fosse in attesa di essere riattivato. In questo senso il laboratorio assomiglia meno a un museo che a una forma di agricoltura del tempo: un luogo in cui ciò che è stato viene trattato, curato, riportato a una condizione di possibile continuità. La stessa logica che, fuori da queste stanze, guida certi tentativi di agricoltura contemporanea, dove il suolo non è qualcosa da sfruttare ma da mantenere vivo. E forse è anche per questo che certi luoghi esercitano oggi una forza particolare: perché offrono un’idea diversa di tempo. Una risposta silenziosa alla velocità delle città, dove il presente tende a consumarsi prima ancora di diventare esperienza.
A pranzo, nel grande salone di Ca’ Mariuccia, sento tutta la pace di un cane che si stira all’ombra, le chiacchiere dalla cucina che spadella e il suono della musica alla radio. Tra i piatti di verdura di stagione, pomodori succulenti, pesche grigliate, bruschette estive, un filetto tenero e succoso e un gelato alla crema che mi godo senza niente sopra, in purezza. La cucina di Ca’ Mariuccia è un veicolo per portare la propria filosofia alla gente: e tramite la freschezza dei prodotti che Andrea e Angela cercano di spiegare la bellezza di una vita che rispetta la natura.
Sull’autostrada di ritorno a Milano ascolto The Universe Will Take Care of You di James Holden e Wacław Zimpel, un disco ipnotico che si muove in spirali lente, quasi rituali, con echi lontani di minimalismo. Quando arriviamo a Famagosta, il paesaggio cambia improvvisamente ritmo: cemento, svincoli, cartelloni, il ritorno brusco alla densità urbana. Non mi sembra più così ovvio che tutto questo sia inevitabile, e allo stesso tempo che lo si scelga davvero scientemente. Mi torna in mente la campagna del Monferrato, non come alternativa ideale, ma come un’altra possibilità di stare nel tempo; ripenso a Ca’ Mariuccia, con la sua idea di agricoltura e di equilibrio. Non curante, la città riprende semplicemente a scorrere, ignara delle alternative che ci sono là fuori.
Ca’ Mariuccia and the gift of time
I’m floating in the infinity pool at Villa Giordana, in the heart of Albugnano, while the hypnotic music of James Holden drifts faintly from my phone’s speaker. I lie on my back, arms and legs spread, watching the hazy sky above the lower Monferrato—which, confusingly enough, is actually the upper part of Monferrato. Holden’s electronic music, over the years transformed from club techno into something almost mystical, feels perfectly suited to this motionless afternoon.
A thin veil of haze softens the sky of a June that keeps breaking heat records. Milan had been hell the morning I left: melting asphalt, overheated trams, air that felt like it was blowing from an open oven. Here, the woods and rolling hills still seem capable of holding the heat at bay. It’s still thirty-four degrees, but the warmth has lost its aggression. I drift in the cool water while Holden’s synthesizers reach me softened by the pool itself.
Then a small amber squirrel interrupts the concert. It hops to the edge of the pool and pauses to study this strange overweight mammal floating in the water. For a few seconds we stare at one another, equally puzzled.
Evelien and Richard, the owners of the nearly century-old Villa Giordana, are a gentle Dutch couple who left Rotterdam to bring a 1935 villa slowly back to life, turning it into a five-room guesthouse. As a Piedmontese who spent fifteen years living abroad, I always feel a certain gratitude when someone chooses to invest in places like these rather than treating them as little more than postcard scenery.
For decades we imagined the future as something irredeemably urban. Today, more and more people seem to be looking for it elsewhere. The Italian countryside is becoming valuable not so much for its wine or truffles as for something far more elemental: shade, silence, a few degrees less. In an age of increasingly brutal summers, luxury is no longer an infinity pool but a forest.
It’s no coincidence that newspapers are full of stories about professionals leaving Milan for the hills of Monferrato. The phenomenon sits somewhere between a genuine desire to change one’s life and the construction of a new pastoral fantasy: between escaping the city and consuming the countryside, between digital nomadism and the transformation of rural landscapes into sanctuaries for those fortunate enough to work from anywhere.
In the cool, almost monastic wine cellar of Ca’ Mariuccia, I meet Andrea and Angela, the couple behind what they simply call “the farm.” Over a glass of their crisp traditional-method sparkling wine, LUNA, Andrea tells me they have spent the past decade trying to make this place work. They describe it as “ethical.” These days the word has become almost meaningless—it appears everywhere, from laundry detergents to investment funds—and I tend to approach it with some suspicion. Yet here it seems to describe less an ideology than a way of inhabiting the world.
Vineyards, hazelnut groves, animals, and an old Piedmontese farmhouse restored using natural building techniques: the impression is of a system quietly trying to close the circle. Then comes LA MATI, a white blend of Moscato and Malvasia whose floral tension and citrus edge briefly transport me elsewhere before bringing me firmly back to these hills.
What strikes me about Ca’ Mariuccia is not a nostalgic longing for a lost rural past, but the more ambitious attempt to imagine an agriculture capable of producing without exhausting the land that makes production possible. It is a form of balance that never announces itself, but reveals itself only over time. We finish with IL TATO, a 2008 Albugnano Superiore whose Nebbiolo still carries surprising freshness alongside notes of tobacco and leather.
Over dinner, I find myself wondering whether Ca’ Mariuccia represents a genuinely replicable model or simply a small virtuous island in the Monferrato countryside. Andrea speaks of teaching younger generations a less predatory relationship with the land—not a doctrine, but a practice.
The dishes arrive with quiet precision: a lightly spiced guinea fowl meatball, vegetables from the garden served as pinzimonio, zucchini blossoms with poached quail eggs. The kitchen insists on proximity: what grows here is eaten here. The farmhouse itself was restored with straw, earth, and rainwater harvesting, while a small farm shop and educational activities complete the project.
Then, unexpectedly, a risotto with frogs changes the rhythm of the evening. It is the simplest dish and, somehow, the most exact. As a child my grandfather used to take us out for frogs once a year because he loved them and could rarely find them anywhere else. Whether it is memory or flavour, for a brief moment time folds back on itself.
A glass of Freisa, austere and unmistakably Piedmontese, brings me back to this overheated summer of 2026.
Living in Britain, I was always struck by the abundance of out-of-season fruit: cherries in January, limes in December, oranges in July. I never thought the system was wrong—it was simply another way of organising the movement of food. In Italy, seasonality has remained an almost invisible infrastructure of everyday life. At Ca’ Mariuccia it becomes an operating principle: you eat what the land offers when it offers it. Consistency here feels less like branding than habit.
The rood screen of Santa Maria di Vezzolano is unlike anything I have seen before. It separates the entrance from the nave as though drawing an internal frontier within the church itself. Below stand Christ’s ancestors; above, the Assumption of Mary. I do not fully understand what I am looking at, but I find myself lingering longer than expected.
Outside, shells embedded in ancient stone speak of a sea that disappeared millions of years ago. Sometimes I wonder whether this makes us Piedmontese retired sailors. The afternoon heat is almost tangible. I think of my friends back in Milan and, for a moment, imagine them trapped inside a painting by Bosch: hybrid creatures wandering through concrete landscapes where even the wind burns.
Like a clock that measures not only hours but layers of time, Italy’s landscape constantly reminds us of its own deep history: seas that became hills, Romanesque churches standing alongside contemporary restoration techniques.
That idea finds its perfect expression inside Nicola Restauri. More workshop than museum, it is a place where the past is not simply preserved but reactivated. Renaissance paintings, pigments, furniture, and forgotten objects all exist in a curious state of suspension, waiting to begin another life.
In that sense, restoration resembles a form of agriculture applied to time itself. Rather than exploiting what remains, it tends to it, allowing it to continue. It is the same logic that underpins the best forms of contemporary farming, where soil is treated not as something to consume but as something to keep alive.
Perhaps that is why places like these have acquired such appeal. They offer not simply another landscape but another experience of time—a quiet response to cities where the present seems to disappear before it has even been lived.
Lunch at Ca’ Mariuccia unfolds with the same understated rhythm: seasonal vegetables, ripe tomatoes, grilled peaches, bruschetta, a tender fillet, and a simple custard ice cream enjoyed without embellishment. Here, cooking becomes another language through which the philosophy of the place is expressed.
On the motorway back to Milan I listen to The Universe Will Take Care of You by James Holden and Wacław Zimpel. The music moves in slow, hypnotic spirals while the sun presses down so hard that even the shadows seem flattened.
As we reach Famagosta, the landscape changes abruptly: concrete, flyovers, billboards. It is no longer obvious to me that this is inevitable—or that we have truly chosen it.
The Monferrato comes back to mind not as an ideal alternative, but as another way of inhabiting time. Ca’ Mariuccia remains there, suspended between ambition and experiment, while the city quietly resumes its endless flow.