BUTE BONE
COSA HO BEVUTO A GIUGNO 2026
“Etna Bianco Pietrarizzo” DOC di Tornatore 2023
Riviera Ligure di Ponente Pigato DOC “I S-CIANCHI” di Durin 2023
“Criminale” di Isnardi Ernesto 2024
Non che ci volesse una delle estati più calde mai registrate per convincermi a bere vini bianchi, ma di certo il clima ha aiutato parecchio. Quando il termometro sale oltre la soglia della sopportazione, il bicchiere di rosso strutturato lascia volentieri spazio a qualcosa di più verticale, fresco e immediato, sia esso un bianco, un rosé, una bolla o un macerato.
Mentre Parigi discute limitazioni alla vendita di alcolici nei fine settimana per contenere gli effetti del consumo durante questa ondata di caldo estremo, io a giugno ho trovato nel bicchiere tre ottimi vini bianchi italiani che raccontano qualcosa di molto più interessante di una semplice risposta alla temperatura: la vitalità della nostra viticoltura e, soprattutto, la straordinaria diversità di territori, uve e tradizioni che il nostro Paese continua a offrire.
Non solo. Per anni, almeno così mi veniva raccontato quando vivevo a Londra, circolava una specie di dogma enologico: l’Italia produce grandi rossi, ma per i bianchi bisogna guardare alla Francia. Beh, ragazzi miei, direi che questa verità da bancone del pub, ripetuta magari tra una bottiglia e l'altra (gli inglesi hanno un rapporto con l’alcol… be’... lo sapete) lascia ormai abbastanza il tempo che trova.
A dimostrarlo ci sono anche tre bianchi italiani bevuti questo giugno, capaci non solo di rinfrescare le giornate più calde, ma soprattutto di raccontare territori e identità molto diverse.
Il primo è I S-cianchi, un Pigato prodotto in provincia di Savona dall’azienda Durin, ottenuto attraverso una macerazione sulle bucce di circa 72 ore. Nel bicchiere ha un colore giallo paglierino e un carattere che unisce immediatezza e complessità: è un vino estremamente piacevole da bere, ma tutt’altro che semplice. Il bouquet richiama la macchia mediterranea — timo, salvia, maggiorana — insieme a note fruttate ed erbacee, una piacevole vena sapida e quel finale leggermente ammandorlato tipico del vitigno. Io l’ho bevuto accompagnando delle verdure grigliate e ha fatto esattamente quello che un buon bianco dovrebbe fare: accompagnare il cibo senza sovrastarlo. E lo ha fatto alla grande.
A Milano vivo in un sottotetto dove, nelle sere d’estate, la temperatura si aggira intorno ai 38 gradi. In queste condizioni solo un bianco fresco può salvarmi dall’inferno cittadino. Entra quindi in scena il Criminale di Isnardi Ernesto. L’Arneis prodotto a Castagnito, in provincia di Cuneo, non racconta bugie: è criminale quanto sia facile berlo, senza però rinunciare a una certa eleganza. Ha un corpo leggero, profumi di fiori bianchi mai stucchevoli, leggere note di pesca bianca, una buona acidità e una piacevole vena minerale. Un vino che, in una sera milanese da sauna domestica, mi ha spinto a finire la bottiglia in men che non si dica.
Come ho letteralmente trangugiato - ma con rispetto, sia chiaro - anche l’Etna Bianco Doc Petrarizzo di Tornatore. Che bel vino! La cantina si trova alle pendici settentrionali dell’Etna, in una posizione privilegiata tra Taormina e Randazzo, e dispone di circa 100 ettari tra uliveti, noccioleti e vigneti di Etna DOC. Qui il bianco cambia completamente registro: non più solo freschezza e immediatezza, ma la profondità vulcanica di un territorio unico. Questo l’ho accompagnato a un pollo arrosto e un’insalata di melone e feta, inutile dire che funzionerebbe anche con una cena a base di Mars e popcorn, da tanto è buono.
Intanto che aspettiamo lidi più freschi, tempi d’autunno, ci confortiamo con i bianchi italiani, sempre più una certezza nel panorama vinicolo mondiale.