FERRARI X NOMAD

Durante la Milano Wine Week sono stato alla serata Ferrari da Nomad, nel Certosa District a Milano e vi racconto cosa ho bevuto

Quando vivevo a Toronto non sono mai tornato a casa per Natale. Per qualche anno ho passato le feste da solo perché non avevo abbastanza ferie per fare un salto in Italia. Nonostante amassi molto il mio lavoro in Canada, qualche lacrimuccia l’ho versata quando mi sono trovato da solo a cucinare il pranzo del 25 dicembre.

Un anno, ricordo, ero all’LCBO di Bloor Street a cercare qualcosa di buono da stappare per fare un brindisi e vagavo tra le corsie del negozio, sommerso da centinaia di bottiglie. Per chi non lo sapesse, in Canada c'è il monopolio di Stato sull’alcol, quindi si possono comprare bottiglie di vino solo nei negozi autorizzati, chiamati appunto LCBO. Verso la fine della mia esperienza canadese, dopo la pandemia, le cose stavano iniziando a cambiare e qualche natural wine bar aveva ottenuto il permesso di vendere bottiglie da asporto, ma per decenni è stato così: se vuoi bere vai all’LCBO - e preparati a organizzarti per tempo, perché la domenica, il sabato sera e nei giorni festivi sono chiusi (ovviamente un disastro se sei disorganizzato come me).

Digressioni a parte, stavo dicendo che con i Velvet Underground nelle cuffiette del telefono mi aggiravo tra gli scaffali tra vini canadesi (alcuni sorprendentemente ottimi), classiche etichette francesi, ruffianate californiane, quando l'ho visto: il re delle bollicine Trentodoc, il Ferrari. Una gioia immensa. Ecco cosa berrò per le feste! Ne ho comprata una cassa e ho guidato fino a casa, dove mi sono chiuso in cucina a preparare il menù di Natale - rigorosamente piemontese, come quello di mia madre - stappandomi subito una bella bottiglia mentre cucinavo. 

Questa piccola storia dickensiana ci spinge a porci la seguente domanda: può un vino cambiare un’esperienza? In che modo una bottiglia può svoltarci la giornata? A me, un buon vino riesce davvero a mettermi di buon umore: è come innamorarsi, come vivere un’esperienza che sai che diventerà un ricordo da tirare fuori dal cappello per sentirsi bene.  

Poche sere fa, avrei forse dovuto ringraziare Marcello Lunelli, esponente della terza generazione della famiglia alla guida di Ferrari, che ha raccontato con passione e spiegato con precisione alcune bottiglie di Ferrari che ho avuto la fortuna di bere da Nomad, nel cuore del nuovo Certosa District, a Milano. Il locale è ampio, moderno e ricorda un lounge bar o un ristorante delle grandi capitali mondiali, grazie anche a un design un po’ brutalista. Mi ha ricordato la serra del Barbican come estetica: piante tropicali, cemento e vetro. 

Alla cena il Ferrari è stato il vero fulcro dell’esperienza. Abbiamo iniziato con un cocktail ideato dal Bar Manager di Nomad, Marcos Néia: astringente, profumato agli agrumi e sofisticato, servito in abbinamento a delle chips di manioca.

Ascoltare il signor Lunelli raccontare la storia della maison mi ha appassionato e incuriosito, anche perché è un racconto che attraversa l'Italia per tutto il Novecento. Nata nel 1902 da una scommessa dell'agronomo Giulio Ferrari — tra i primi a introdurre lo Chardonnay in Trentino con l'obiettivo di eguagliare lo Champagne —, la cantina è rimasta una realtà artigianale fino al 1952. In quell'anno è avvenuto il passaggio alla famiglia Lunelli (a quanto pare il fondatore, non avendo eredi, scelse come successore Bruno Lunelli, l'enologo di fiducia che gestiva un'enoteca a Trento). Guidata oggi dalla terza generazione, la casa vinicola ha trasformato il territorio montano e le sue escursioni termiche nel punto di forza del suo Metodo Classico, diventando l'interprete simbolo della denominazione Trentodoc.

Ma veniamo a cosa abbiamo bevuto: pura meraviglia sotto forma di bollicine (vi dico solo che quando vivevo a Londra, con alcuni amici avevamo persino una chat su WhatsApp chiamata “Ferrari”, vedete un po’ voi!).

Con la tartare di ricciola, lime, mela verde e pepe di Timut abbiamo abbinato un Ferrari Perlé 2019, un Trentodoc millesimato 100% Chardonnay affinato circa 5 anni sui lieviti, caratterizzato da un perlage fine ed elegante e da profumi di mela renetta, agrumi e fiori bianchi: una vera goduria. A seguire, il tagliolino al nero di seppia con bottarga di muggine è stato servito con un Perlé Zero, Cuvée Zero18: essenzialmente l’assoluta freschezza in bicchiere, con note intense di agrumi, erbe aromatiche e un’elegante mineralità.

Abbiamo concluso con l’ombrina Boccadora, spuma di patate, zafferano, muddica atturrata e katsuobushi, abbinata al Ferrari Riserva Lunelli 2016. Un 100% Chardonnay la cui prima fermentazione avviene in grandi botti di rovere, seguita da oltre 7 anni di affinamento sui lieviti: strutturato, complesso e profondo, offre note di frutta matura, spezie dolci, tostature e una spiccata vena minerale che dona al sorso grande potenza ed eleganza.

Un abbinamento monumentale che ha trasformato la serata da Nomad in uno di quei ricordi preziosi da tirare fuori dal cappello per sentirsi bene, esattamente come quella prima bottiglia stappata da solo a Toronto.

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